Rugby, l’Italia cede alla Francia dopo la lotta alla pari per un’ora

L’Italia 2.0 del rugby femminile ha scelto Biella per ripartire. Il 4 febbraio 2007 le azzurre persero 17-37 (in campo tre biellesi: Gimena Panichelli, Celeste Cristofanello e Sara Sala) con la Francia. Questo pomeriggio allo stadio La Marmora/Pozzo più di 800 spettatori hanno potuto assistere ai passi avanti della Nazionale: le transalpine sono uscite vincitrici per 21-41, ma il XV di coach Andrea Di Giandomenico, per oltre un’ora, ha giocato alla pari con le più blasonate avversarie, terze ai Mondiali estivi (dove l’Italia fu nona).

Le Azzurre, che fino al 65’ conducevano il match sul 21-20, solo nel finale hanno subito il sorpasso decisivo dalle avversarie, brave a sbloccare il risultato nelle battute iniziali grazie alla meta di Torres Duxan, abile a incunearsi tra le maglie bianche dell’Italia sul lato mancino d’attacco e ad andare tra i pali. La trasformazione di Bourdon porta le transalpine sul 7-0. La reazione azzurra non si fa attendere e al 13’ capitan Barattin s’invola tra i pali avversari. Beatrice Rigoni pareggia i conti con la trasformazione. L’atteggiamento delle Azzurre mette in seria difficoltà la Francia che subisce il sorpasso dell’Italdonne con un’altra azione personale questa volta ad opera di Manuela Furlan (14-7 dopo la trasformazione). Le ospiti non restano a guardare e con un calcio piazzato di Bourdon prima e con una meta di Bannet, arrivata dopo uno sprint di circa 50 metri, chiudono la prima frazione in vantaggio sul 15-14.

 

A inizio ripresa è il XV di Andrea Di Giandomenico a farla da padrone con un’azione prolungata a ridosso dell’area di meta francese che porta al nuovo vantaggio dell’Italdonne con Beatrice Rigoni, che sguscia tra le maglie avversarie sfruttando al meglio l’assist dell’esordiente Jessica Busato. Il numero 12 azzurro conferma la propria percentuale immacolata sulle trasformazioni spostando il parziale sul 21-15. E’ questa l’ultima fiammata di un’Italia fin qui messa molto bene in campo. I cambi e un evidente calo fisico portano al poker di mete della Francia, a segno con N’Diaye, Boudaud (2) e Gros, che chiude la partita sul 41-21.

Marcatori: primo tempo. 3’ meta Torres Duxanas trasforma Bourdon (0-7); 12’ meta Barattin tr. Rigoni (7-7) ; 25’ meta Furlan tr. Rigoni (14-7); 29’ calcio piazzato Bourdon (14-10); 30’ meta Banet (14-15 ); secondo tempo, 52’m. Rigoni tr. Rigoni (21-15); 61‘ meta N’Diaye (21-20); 66’ m. Boudaud tr. Coudert (21-27); 71’ m. Boudaud tr. Coudert (21-34); 79’ m. Gros tr. Coudert (21-41).

Italia: Furlan; Muzzo(75’ Cavina), Stefan, Rigoni, Bonaldo (57’ Guerreschi); Busato (75’ Gizzi), Barattin (cap.); Giordano(75’ S.Gai), Locatelli (41’ Pillotti ), Veronese; Fedrighi, Ruzza (48’ Tounesi); L. Gai, Bettoni(64’ Turani), Giacomoli (17’ Ricci).

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Eccellenza: buon pareggio per il Barbara contro la Forsempronese

Il Barbara calcio
Il Barbara calcio

SENIGALLIA – Buon punto per il Barbara che costringe la Forsempronese allo 0-0. La compagine di mister Lorenzo Ciattaglia non riesce ancora a trovare i 3 punti vittoria, ma di partita in partita, un punto alla volta, l’Ilario Lorenzini riesce a muovere la classifica.

Tornando al match odierno, gara m olto vivace sia nel primo tempo sia nella ripresa, dopo il buon avvio del Barbara, gli ospiti guadagnano terreno e con il passare dei minuti anche il pallino del gioco; serve un superlativo Campana per disinnescare i tentativi di Lorenzo Pagliari: prima sugli sviluppi di un rinvio poi su contropiede.

L’intervallo aiuta i padroni di casa a riordinare le idee e grazie ad un ottimo Diego Rossini, il Barbara riesce a mettere in apprensione la retroguardia dei ragazzi in maglia blu.

Tanti lanci lunghi a scavalcare il centrocampo da una parte e dall’altra, ma questa scelta non premia nessuna delle due contendenti. Due episodi in area contestati dal Fossombrone a causa di qualche contatto al limite, ma il direttore di gara lascia proseguire.

Ottima organizzazione difensiva da ambo le parti, mister Ciattaglia mette in campo una squadra ordinata e solida, i numeri sono dalla sua parte, zero gol nelle ultime due sfide,dopo la disfatta casalinga contro l’Atletico Gallo.

La strada intrapresa sembra essere quella giusta ora, mancano solo i tre punti per mettersi al sicuro il prima possibile.

Ilario Lorenzini Barbara – Forsempronese 0-0
Barbara: Campana, Angeletti, Musumeci, Carboni, Alessandrini, Palazzi, Rossini, De Angelis, Api (40’st Paolini), Martellucci, Evangelisti (18’st Abbate); a disp. Pretini, Morico, Fiordelmondo, Brunori, Faris, Paolini.

 

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Che brutta Juventus: 3-2 dalla Samp e scivola a -4

GENOVA – Il crollo è fragoroso e il fatto che fosse, in qualche modo, annunciato rende ancora più colpevole Allegri e la sua Juventus, che dei pericoli di Marassi erano assolutamente consapevoli, ma non hanno affrontato la partita con la necessaria concentrazione e determinazione. Perché la superiorità tecnica dei bianconeri, emersa spesso nel primo tempo, doveva essere la chiave grazie alla quale aprire la partita. E invece, fra distrazioni difensive e clamorosi errori in attacco, si è consumata una tappa cruciale nel cammino della Juventus, stanca e molle nella ripresa di fuoco della Sampdoria.

ERRORI ED OMISSIONI – Era una partita da preparare meglio. Era una partita da interpretare meglio. Fermo restando l’eccellente prova della Sampdoria di Gianpalo , ordinata nel primo tempo contenitivo e spudorata il giusto nella ripresa d’assalto. Ma una Juventus più concentrata e ficcante avrebbe dovuto essere in vantaggio già nel primo tempo e non avrebbe dovuto sbriciolarsi emotivamente nella ripresa quando la Sampdoria ha segnato il secondo gol. Stiamo parlando di una squadra che punta a vincere la Champions League: certi scivoloni non sono ammessi. Tra i peggiori della Juventus si segnala sicuramente un letargico Mandzukic e un modesto Khedira, ma nella ripresa sono crollati molti che nella ripresa avevano fatto bene o benino come Bernardeschi o Pjanic.

TRAPPOLA ANNUNCIATA – D’altra parte che Marassi fosse un trappolone per la Juventus lo si sapeva dall’inizio. La Sampdoria si dispone per arginare i bianconeri soffocandone il gioco attraverso un pressing altissimo e una notevole densità a centrocampo. La strategia blucerchiata è efficace, ma costa parecchio in fase offensiva: la Samp, infatti, non tira mai in porta per tutto il primo tempo. Per contro la Juventus riesce a costruire una manciata di azioni pericolose, sfruttando l’ispirazione di Bernardeschi e la potente lucidità di Higuain (il cui sinistro stoppato da Silvestre è forse una delle più nitide occasioni juventine). Insomma, la prima parte della gara consiste nell’assalto bianconero all’ordinata trincea doriana, nel quale viene a mancare l’apporto di un Mandzukic apparentemente sedato.

GUIDA PILATO – L’emozione più grande, quindi, finisce per essere l’ultima azione prima dell’intervallo nella quale Strinic blocca, in area, un cross di Cuadrado con il braccio che, sì, è attaccato al corpo, ma data la posizione “di taglio” del blucerchiato, impedisce alla palla di passare. Un pilatesco Guida (l’arbitro campano che non se la sente quasi mai) non vuole neppure visionare il Var, fischia la fine del tempo e va a lavarsene le mani.

TORNADO SAMP – L’attenzione della Sampdoria finisce per pagare all’inizio del primo tempo quando, immancabile secondo il copione di questa stagione, al 52’ arriva la sciocchezza difensiva della Juventus: protagonista Asamoah che non spazza un pallone che andrebbe allontanato rapidamente e dal quale nasce il cross di Quagliarella che, ulteriormente spizzato da Bernardeschi, finisce sulla testa di Zapata per il pallonetto-beffa per Szczesny. Arriva così il momento di Dybala, chiamato al soccorso della Juventus al posto di Bernardeschi, non più brillante come nel primo tempo. Ma la reazione bianconera si infrange sull’incredibile errore di Cuadrado che cicca il pallone offertogli da Higuain dopo un prorompente contropiede. E al 71’ arriva il raddoppio della Samp, con un tiro da fuori area di Torrerira che sfugge alle maglie difensive di Allegri, allargatesi in modo disordinato nel tentativo di pareggiare. Il terzo gilè una punizione fin troppo severa per la Juventus, ma arriva, inesorabile, con un’azione molto contestata dai bianconeri con la rete di Ferrari. Il gol di Higuain, su rigore, arriva al 91’, ma solo per le statistiche: quinta gara consecutiva in gol. Il 3-2 di Dybala al 93’ lascia invece l’impressione che sarebbe bastata un po’ più di applicazione.

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Sampdoria-Juventus 3-2: gol e highlights. A segno Zapata, Torreira e Ferrari, non bastano Higuain e Dybala

I bianconeri si fermano a Marassi. La Samp va avanti 3-0 con i gol di Zapata, Torreira e Ferrari, poi un rigore di Higuain e un gol di Dybala nei minuti di recupero riaprono la sfida, ma la squadra di Giampaolo resiste e conquista i 3 punti. Secondo ko stagionale in campionato per Allegri

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I RISULTATI E LA CLASSIFICA AGGIORNATA

SAMPDORIA-JUVENTUS 3-2

52′ Zapata, 71′ Torreira, 79′ Ferrari, 91′ rig Higuain, 94′ Dybala

Il tabellino

Sampdoria (4-2-3-1): Viviano; Bereszynski, Silvestre, Ferrari, Strinic; Barreto (74′ Verre), Torreira; Praet (28′ Linetty), Ramirez, Quagliarella (84′ Caprari); Zapata

Juventus (4-2-3-1): Szczesny; Lichtsteiner, Rugani, Chiellini, Asamoah; Khedira, Pjanic (80′ Matuidi); Cuadrado (72′ Douglas Costa), Bernardeschi (62′ Dybala), Mandzukic; Higuain

Ammoniti: Bernardeschi (J), Quagliarella (S), Rugani (J), Khedira (J), Ferrari (S), Linetty (S)

La Sampdoria batte 3-2 la Juventus a Marassi. Nel primo tempo i blucerchiati creano poco: un solo tiro verso la porta in 45 minuti, record negativo in questa Serie A per la squadra di Giampaolo. I padroni di casa giocano ordinati e aggressivi ma è la Juventus ad avere le occasioni per passare in vantaggio: con Higuain e Cuadrado. Nella ripresa i blucerchiati trovano il gol che sblocca la gara, sfruttando la forza fisica di Zapata. Al 24’ il momento chiave della gara, con la squadra di Allegri che sciupa un’opportunità chiara per il pareggio e Torreira che invece trova il raddoppio. La Samp ha sempre segnato almeno due gol nelle ultime 6 di Serie A e nelle ultime 7 partite casalinghe di campionato (contando la fine della scorsa stagione). Dal 2-0 la forbice si allarga, con la Juve disordinata nella reazione e i padroni di casa cinici a trovare anche la terza rete con Ferrari. Nel finale la Juve accorcia al 90′ con Higuain, nel recupero segna anche Dybala ma è troppo tardi: finisce 3-2.

Primo tempo: partita bloccata, la Juventus spreca con Cuadrado

Al secondo minuto Higuain, a segno nelle ultime 3 di campionato, prova ad allungare la sua striscia realizzativa. L’argentino si libera in area ma il suo destro è largo. Il Pipita poi ispira Mandzukic con un cambio di gioco, ma il croato non angola a sufficienza e Viviano può bloccare. La Sampdoria è aggressiva sui portatori di palla e cerca di non far arrivare la Juventus velocemente nella propria metà campo. Entrambe le squadre appena perso il possesso cercano di togliere uscite facili all’avversario, andando in pressione su rispettivi trequartisti e punte per evitare sponde facili. La Sampdoria in attacco cerca di creare problemi con le verticalizzazioni e il dialogo stretto tra Quagliarella e Zapata, ma la difesa bianconera fa buona guardia.

Al 19’ si fa vedere la squadra di Giampaolo per la prima volta: Quagliarella gira verso la porta un cross da destra, ma non trova lo specchio. Per i bianconeri il più pericoloso nella prima metà del primo tempo è Bernardeschi, in grado di allargarsi sulla destra e saltare Strinic in tre circostanze. Al 27’ Higuain deposita in rete, ma il gioco era fermo per fuorigioco (argentino pescato oltre i difensori per la 13^ volta in campionato, più di lui solo Budimir, Immobile e Inglese). Al 28’ esce Praet per infortunio ed entra Linetty. L’occasione migliore del primo tempo arriva al 32’: Higuain trova Cuadrado con un passaggio filtrante, il colombiano a tu per tu con Viviano calcia di potenza ma centra il portiere blucerchiato.

Il primo tempo si conclude sullo 0-0, dopo un cross interessante di Strinic e un tiro alto di Khedira su sponda di Mandzukic. Per la 2^ gara consecutiva la Juventus non trova il gol nei primi 45’: era già successo ad aprile 2017 nelle partite contro Atalanta e Torino. D’altra parte la squadra di Allegri non ha concesso nemmeno un tiro nello specchio della porta: è la terza volta in questo campionato, era già successo contro Torino e Fiorentina.

 

Sampdoria-Juventus (Getty)

Secondo tempo: Sampdoria cinica, la Juventus reagisce tardi

La ripresa comincia alla stessa maniera del primo tempo. La Juventus ha subito una chance con Higuain, murato dalla difesa dopo l’assist di Khedira. La Sampdoria però risponde immediatamente e trova il vantaggio. Quagliarella, alla 100^ presenza in Serie A con la maglia blucerchiata, lavora un pallone in area e lo mette in mezzo, Bernardeschi non riesce a spazzare e Zapata di testa batte Szczesny. I padroni di casa trovano la rete al primo tiro nello specchio della porta, mentre per Zapata è il secondo gol consecutivo ai bianconeri: aveva già segnato in Udinese-Juventus del 5 marzo 2017, finita 1-1.

La squadra di Allegri prova a reagire ma si sbilancia e concede un contropiede a Quagliarella: l’attaccante della Samp serve Zapata in profondità e Szczesny salva il risultato in uscita. L’allenatore bianconero mette Dybala (per Bernardeschi) e la Juve sfiora il pareggio con un’azione arrembante nata dalla fascia destra: le due conclusioni verso la porta di Viviano sono però entrambe respinte dai blucerchiati. Al 24’ la Juventus sciupa una chance limpida: Higuain guida il contropiede e serve Cuadrado da solo davanti alla porta, il passaggio per il colombiano però è troppo lungo. Dall’altra parte la Sampdoria non perdona e trova il raddoppio con un tiro da fuori di Torreira. Il centrocampista uruguayano trova il suo 3° gol nelle ultime 3 partite in Serie A, dopo non aver trovato la rete nelle precedenti 44 presenze. I bianconeri non andavano sotto di due gol in campionato da agosto, proprio a Marassi contro il Genoa, gara poi finita 4-2 per la Juventus.

La squadra di Allegri cerca di aumentare il ritmo inserendo anche con Douglas Costa, a trovare la rete però è di nuovo la Sampdoria: il 3-0 lo firma Ferrari su assist di Quagliarella. I bianconeri vanno vicini al gol proprio con Douglas Costa, che salta 3 difensori ma poi conclude centrale. È lo stesso brasiliano che al 90’ si guadagna il calcio di rigore che permette ad Higuain di presentarsi dagli 11 metri: l’argentino spiazza Viviano ed accorcia le distanze. I minuti di recupero sono 5: Caprari sfiora il 4-1, dall’altra parte Dybala si accentra dalla destra e batte Viviano con un sinistro sul primo palo. La Juventus ha 2 minuti per trovare la rete del pareggio, ma non succede praticamente niente. Vince la Sampdoria 3-2.

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Quan­do le squa­dre si­ci­lia­ne fa­ce­va­no bril­la­re la Na­zio­na­le di cal­cio: è fi­ni­to l’i­dil­lio?

La fe­ri­ta del­l’e­li­mi­na­zio­ne de­gli Az­zur­ri ai play-off dei Mon­dia­li 2018 è an­co­ra aper­ta e allo stes­so tem­po le squa­dre si­ci­lia­ne sem­bra­no lon­ta­ne dai fa­sti del­la se­rie A. Cosa suc­ce­de al cal­cio ita­lia­no?

Èac­ca­du­to solo una vol­ta, in tut­ta la sto­ria del cam­pio­na­to mag­gio­re, di ve­de­re gio­ca­re in­sie­me nel­la stes­sa sta­gio­ne (2006-2007) tre squa­dre si­ci­lia­ne. Un even­to uni­co, a trat­ti ir­ri­pe­ti­bi­le e non pos­sia­mo con­sta­ta­re al­tro se non che nes­su­na squa­dra del­la no­stra iso­la gio­chi in Se­rie A. Le re­gio­ni più rap­pre­sen­ta­te in que­sta sta­gio­ne sono l’E­mi­lia-Ro­ma­gna e la Lom­bar­dia con 3 squa­dre cia­scu­no: ca­pia­mo quin­di l’im­por­tan­za che ha avu­to quel pe­rio­do sto­ri­co cal­ci­sti­co per la Si­ci­lia, quan­do nel­la stes­sa do­me­ni­ca gio­ca­va­no cal­cia­to­ri si­ci­lia­ni come Ma­sca­ra, Pa­ri­si e Te­de­sco.

LE SQUA­DRE SI­CI­LIA­NE E LA STA­GIO­NE D’O­RO. Se do­ves­si­mo sce­glie­re la mi­glio­re an­na­ta di sem­pre nel­la sto­ria del cal­cio si­ci­lia­no, sa­reb­be si­cu­ra­men­te la sta­gio­ne spor­ti­va 2006 – 2007, dove la no­stra Si­ci­lia era rap­pre­sen­ta­ta dal Ca­ta­nia, dal Mes­si­na e dal Pa­ler­mo. La squa­dra et­nea era ap­pe­na tor­na­to nel cam­pio­na­to mag­gio­re dopo ben 22 anni an­che gra­zie al­l’ap­por­to di Giu­sep­pe Ma­sca­ra che, nel 2009 sarà il pri­mo gio­ca­to­re ca­ta­ne­se a ve­sti­re la ma­glia az­zur­ra, pre­mia­to da Lip­pi con la con­vo­ca­zio­ne per gio­ca­re Ita­lia-Ir­lan­da del Nord. Il Pa­ler­mo, in­ve­ce, 2 mesi pri­ma del­l’i­ni­zio di quel­la sta­gio­ne spor­ti­va, du­ran­te il mon­dia­le di cal­cio “me­mo­ra­bi­le” in Ger­ma­nia, die­de ben 4 gio­ca­to­ri alla Na­zio­na­le di cal­cio del­l’I­ta­lia: uno di que­sti era Fa­bio Gros­so, che se­gne­rà il ri­go­re de­ci­si­vo nel­la fi­na­le Ita­lia–Fran­cia fa­cen­do vin­ce­re agli Az­zur­ri il quar­to ti­to­lo mon­dia­le del­la pro­pria sto­ria. Nel­la stes­sa sta­gio­ne il Mes­si­na di­spu­ta il suo quin­to cam­pio­na­to a gi­ro­ne uni­co: pur­trop­po re­tro­ce­de­rà in Se­rie B alla fine del­la sta­gio­ne ma ri­mar­ran­no co­mun­que ne­gli al­ma­nac­chi spor­ti­vi le pre­sta­zio­ni del pro­prio bom­ber Ri­ga­no, ar­ri­va­to 3° nel­la clas­si­fi­ca dei mar­ca­to­ri, con ben 19 gol tro­van­do­si da­van­ti sol­tan­to Lu­ca­rel­li e Tot­ti).

LA GIOR­NA­TA NERA DEL CAL­CIO SI­CI­LIA­NO. Dif­fi­ci­le di­men­ti­ca­re gli “scon­tri di Ca­ta­nia” av­ve­nu­ti il 2 feb­bra­io 2007, il gior­no del der­by si­ci­lia­no Ca­ta­nia–Pa­ler­mo, tra un grup­po di ul­tras ros­saz­zur­ri e le for­ze del­l’or­di­ne. Gli scon­tri co­sta­ro­no la vita al­l’i­spet­to­re capo di po­li­zia Fi­lip­po Ra­ci­ti, cui la re­gio­ne e gli spor­ti­vi ri­spo­se­ro con una fer­ma con­dan­na fino a or­ga­niz­za­re, tra il 28 feb­bra­io e il pri­mo mar­zo 2009 la ma­ra­to­na “Uni­ti con­tro la vio­len­za”: 270 chi­lo­me­tri dal­lo sta­dio An­ge­lo Mas­si­mi­no e fino allo sta­dio Ren­zo Bar­be­ra; una ma­ni­fe­sta­zio­ne du­ra­ta 30 ore, con­tro la vio­len­za nel­lo sport, con il so­ste­gno del­le Que­stu­re di Pa­ler­mo e Ca­ta­nia che coin­ci­se col der­by fra le 2 squa­dre di cal­cio.

LA SI­TUA­ZIO­NE AT­TUA­LE. Oggi la Se­rie A vede le squa­dre si­ci­lia­ne come gran­di as­sen­ti: solo il Pa­ler­mo vi è vi­ci­no, al mo­men­to pri­mo in se­rie B. Men­tre il Mes­si­na è 15° nel­la se­rie D, gi­ro­ne 1, il Ca­ta­nia si tro­va a na­vi­ga­re in se­rie C, no­no­stan­te pos­sa con­ta­re su “Tor­re del Gri­fo Vil­la­ge”, ri­co­no­sciu­ta da tut­ti gli esper­ti come una strut­tu­ra di va­lo­re in­ter­na­zio­na­le. È cer­to che sfo­glian­do l’al­ma­nac­co dei ri­cor­di e i fa­sti di sta­gio­ne 2006-2007, ci si chie­de quan­do po­tre­mo am­mi­ra­re nuo­va­men­te le squa­dre del­la no­stra ter­ra nel­la mas­si­ma se­rie ita­lia­na.

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Calcio, serie C: il Piacenza a Pistoia ritrova Romero e difende la zona play off

 

Dalle 16.30 di domenica ascolta Pistoiese – Piacenza su RADIO SOUND. Segui STADIO SOUND, la trasmissione dello sport piacentino per eccellenza!

Di Andrea Crosali

4 punti in tre partite. Certamente è un bottino modesto, quello raccolto dal Piacenza Calcio nel trittico di gare della scorsa settimana che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto portare ai colori biancorossi tre successi. Questo non è avvento e le cause, come ampiamente ribadito negli scorsi giorni, sono molteplici. La prima e la più evidente è la disciplina. I piacentini, per ragioni diverse, per tante volte hanno visto il cartellino rosso davanti ai loro volti. Mister Franzini ha dovuto destreggiarsi in un pericoloso labirinto, fatto di squalifiche e infortuni. L’assenza obbligata di Romero, espulso nel match con il Prato, è stata quella più pesante da sopportare. Dopo la gara di Pontedera contro i Lanieri, infatti, il Piacenza non è più riuscito a vincere. Una rocambolesca sconfitta per 4-3 a Gorgonzola, contro la Giana, ed un pareggio per 1-1 nel match interno contro la Carrarese. Due partite in cui i biancorossi hanno oggettivamente raccolto molto meno di quanto avrebbero meritato in campo.
Fortunatamente, dopo il tour de force, la compagine di Franzini ha avuto una settimana per rifiatare, indispensabile per recuperare dalle tante fatiche ravvicinate degli ultimi turni. Il tecnico di Vernasca dovrà però ancora fare i conti con le assenze. Non ci sarà sicuramente Morosini (espulso domenica scorsa) e nemmeno Pergreffi (deve ancora scontare un turno di squalifica). Le buone notizie invece arrivano dai rientri di Bini e di Romero, regolarmente a disposizione dell’allenatore.
Avversario di domenica è una Pistoiese che staziona all’undicesimo posto della classifica generale, proprio dietro ai piacentini e che, attualmente, ha solo due punti in meno dei biancorossi. In caso di successo l’Olandesina, come viene ribattezzata per il colore arancione delle maglie da gioco, scalzerebbe il Piacenza al decimo posto, l’ultimo che consentirebbe a fine stagione di prender parte a quei play off che costituiscono l’obiettivo minimo del club di via Gorra.
I toscani, guidati da mister Paolo Indiani, hanno ottenuto un solo successo nelle ultime 10 partite di campionato: lo scorso 29 ottobre hanno superato il Prato di misura. Per il resto tanta fatica e tantissimi pareggi, ben 8 sulle 14 gare disputate fino a questo momento: l’ultimo domenica scorsa contro la Viterbese (1-1 con gol di Razzitti e Ferrari). Proprio Franco Ferrari, argentino, è il miglior marcatore della Pistoiese con 6 centri.
Fischio d’inizio alle 16.30 di domenica. Diretta su Radio Sound, all’interno della trasmissione sportiva Stadio Sound.

Probabile formazione (4-3-3) Fumagalli, Mora, Bertoncini, Silva, Masciangelo, Segre, Della Latta, Masullo, Nobile, Romero, Scaccabarozzi. All. Franzini

Il quindicesimo turno di serie C:
Sabato 18 novembre, ore 14.30
Arzachena – Lucchese

Domenica 19 novembre, ore 14.30
Alessandria – Viterbese
Arezzo – Cuneo

Domenica 19 novembre, ore 16.30
Giana Erminio – Prato
Livorno – Olbia
Pistoiese – Piacenza
Pontedera – Monza

Domenica 19 novembre, ore 18.30
Gavorrano – Carrarese

Domenica 19 novembre, ore 20.45
Pro Piacenza – Pisa


La classifica:
 Livorno 33; Siena 27; Pisa 25; Olbia 23; Viterbese 21; Monza, Lucchese, Carrarese e Arzachena 20; Piacenza 18; Pistoiese e Arezzo 16; Pontedera 15; Giana 14; Cuneo 13; Alessandria 12; Pro Piacenza 11; Prato 8; Gavorrano 7

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Mondiali 2018, al governo non piace la maglia della Spagna: sfumature”repubblicane”

Mentre l’Italia si lecca le ferite per non essere riuscita a superare la Svezia e a guadagnarsi l’acceso ai Mondiali 2018, in Spagna sono alle prese con ben altri problemi. A pochi giorni dalla presentazione delle maglie che saranno indossate nella competizione in Russia, non tutti gradiscono quella che vestiranno Morata e compagni.

Adidas, sponsor tecnico della Nazionale iberica, difficilmente lascia qualcosa al caso, ma in questo caso qualcosa sembra essere andato storto. Il brand tedesco ha infatti deciso di “decorare” la divisa a classica casacca “roja” a strisce del logo gialle, con tre diverse losanghe che l’attraversano verticalmente. E queste sono colorate di giallo, rosso e turchese.

I più attenti hanno collegato i tre colori alla bandiera della Seconda Repubblica, iniziata nel 1931 e conclusa dopo la guerra civile del 1939, conservata anche dal governo repubblicano rimasto in esilio fino alla morte di Francisco Franco del 1977. Da quel momento era poi cessata la dittatura in vigore.

In un periodo di grande fermento a livello politico in Spagna, alcuni membri del governo si sono schierati apertamente contro la divisa creata per i Mondiali. A confermarlo è il presidente della Federcalcio spagnola Juan Luis Larrea, ai microfoni di AS: “Abbiamo ricevuto critiche dall’alto. Non direttamente dal governo, ma sappiamo che non ami il disordine che si è creato, così come il fatto che non piaccia la maglia. Ma non è semplice risolvere questa situazione, perché sarà in commercio in tutta la Spagna. Forse potremmo continuare a usare il modello vecchio fino a che non sarà passata questa tempesta“.

Maglia Spagna Mondiali 2018 – Il pensiero di Adidas

Pensare a un dietrofront da parte di Adidas, soprattutto per motivi economici, appare comunque piuttosto difficile.

Una presa di posizione da parte del brand non è comunque tardata ad arrivare: L”Adidas e la RFEF precisano che il lancio della maglia della Spagna per i Mondiali in Russia 2018 è fuori da qualsiasi connatazione politica. L’Adidas lavora con la selezione spagnola da più di 30 anni, mettendo a disposizione i migliori materiali, con l’obiettivo di permettere il massimo rendimento degli atleti. In questo caso il modello rende omaggio a uno dei più famosi del passato, cioè quello utilizzato nella Coppa del Mondo 1994.

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L’Italia alla Caporetto del calcio. E questa volta non ci sarà il Piave

È andata come doveva andare.

Perlomeno secondo logica, perché le speranze erano ben diverse. Ma di speranze non si vive e non si vince: nella vita e nello sport. Il doppio turno di spareggio per il Mondiale 2018 perso con la Svezia (una squadra mediocre quando c’è Ibrahimovic, figuriamoci senza…) mette a nudo i limiti del nostro calcio. O meglio, costringe un intero movimento a prenderne atto, dopo tanti e tanti campanelli di allarme che si trascinano ormai da tempo dopo l’illusoria vittoria nel Mondiale del 2006.

Mentre si sta scatenando la caccia alle motivazioni della disfatta è bene dire subito una cosa magari scomoda, ma dalla quale non si può prescindere: i nostri giocatori, tolto Buffon, non sono i campioni che vengono dipinti ogni giorno. Sono buoni, qualcuno di più, qualcuno di meno: ma non sono al livello dei migliori del mondo. E quelli che lo sono stati sono invecchiati, e non lo sono più. Per rendersene conto basta guardare alle recenti sessioni del calciomercato: girano centinaia di milioni di euro, ma raramente approdano dalle nostre parti per catturare i cosiddetti grandi talenti che immaginiamo di avere. I nostri presunti fuoriclasse brillano in un campionato, la Serie A, che ormai è lontano anni luce da quello che dominava il mondo. E che per quel motivo, non solo per i soldi distribuiti a pioggia, richiamava i migliori da ogni parte del globo terrestre.

Oggi i vari Immobile e Insigne sono gemme solo italiane: e quando si trovano davanti al muro del confronto internazionale, soffrono. Un conto è segnare gol a raffica nel campionato italiano, dove tolte le prime 5 o 6 squadre si incontrano avversari disposti a fare da vittima sacrificale, un conto è farlo con addosso la maglia azzurra e contro avversari che magari sono scarsi, come la Svezia, ma che tutto fanno tranne che scansarsi per la paura.

Non abbiamo campioni, e basta dare una breve scorsa alle Nazionali del passato per fare un confronto impietoso. Baggio, Totti, Del Piero, Maldini, Baresi… Non abbiamo campioni, e dovrebbe essere chiaro a tutti dopo aver visto gli ultimi due Mondiali: Italia fanalino di coda del girone nel 2010, dietro Slovacchia, Paraguay e Nuova Zelanda, e penultima nel 2014, mandata a casa con la doppia sconfitta contro Uruguay e Costa Rica. La finale europea del 2012, tutto sommato, è stata dannosa: perché ha fornito un facile alibi per non fare nulla, per non prendere atto che il nostro sistema andava completamente rifondato. Arrivare fino in fondo, e perdere contro la Spagna campione di tutto, ha steso un velo pietoso sul disastro azzurro. Facendo dimenticare come è maturata quella sconfitta, con una manifestazione di superiorità dei vincitori mai vista nella storia del calcio moderno durante una partita di finale.

La domanda vera è: «Perché avremmo dovuto battere la Svezia? Perché sono scarsi?». Ma anche noi lo siamo. Gli azzurri sono gli stessi che hanno faticato contro Albania, Israele e Macedonia. O forse ce lo siamo dimenticati? Andare al Mondiale, e uscire dopo tre parite come nelle ultime due occasioni, forse sarebbe stato peggio. Perché la qualificazione avrebbe fornito un nuovo alibi, alimentando il circolo vizioso all’interno del quale il nostro calcio si balocca da anni.

L’Italia del calcio ha trovato la sua Caporetto. Ma, per nostra fortuna, questa volta non ci sarà una linea del Piave sulla quale improvvisare l’ultima difesa. Il re è nudo, senza nemmeno uno straccetto in grado di coprirne le misere forme. Non si può raschiare il fondo del barile, perchè lo abbiamo già ampiamente bucato. Il calcio italiano, forse per la prima volta nella sua gloriosa storia, è costretto a ripartire da zero. Ripensando l’intero sistema a partire dalle giovanili: nelle quali, ormai da tempo, non si fa una vera selezione, non si coltivano i talenti, non si insegna più a giocare. Possiamo prendere esempio dalla Spagna o dalla Germania. Oppure, viste le quattro stelle che ancora brillano sulla maglia Azzurra, cercare una strada tutta nostra.

Quello che non possiamo fare è sperare, come abbiamo fatto negli ultimi dieci anni, che le mamme italiane provvedano a salvarci partorendo una nuova generazione di campioni. Per come è messo il nostro calcio, rischieremmo di non accorgerci nemmeno che sono nati.

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Serie C: Cuneo-Gavorrano 0-1 alla fine del primo tempo, biancorossi in dieci uomini

Conrotto espulso e Gavorrano in vantaggio con un rigore di Conti. Partita in salita per i biancorossi

Cuneo sotto 1-0 al termine del primo tempo della sfida con il Gavorrano.

La partita inizia subito in salita per i biancorossi. Sono passati appena sette minuti quando Conrotto trattiene Moscati in area di rigore: rigore ed espulsione del capitano. Gardano corre ai ripari inserendo Baschirotto per Aperi. Dal dischetto Conti non perdona Stancampiano, trafitto con un destro potente: 0-1.

La squadra di Gardano accusa il colpo e fatica ad organizzare la controffensiva. Ne approfittano gli ospiti che limitano i rischi con un buon possesso palla. Ci prova Pellini su punizione, il portiere respinge in angolo. Il Cuneo reclama per un contatto dubbio in area di rigore ospite con Dell’Agnello trattenuto ma il direttore di gara è di avviso diverso.

Squadre negli spogliatoi con il Gavorrano in vantaggio di una rete e di un uomo.

Prima dell’inizio dell’incontro omaggiato Gabriele Quitadamo per le cento presenze in maglia biancorossa.

 

Cuneo (4-3-1-2): Stancampiano, Quitadamo, Conrotto, Boni, D’Ignazio; Gerbaudo, Pellini, Secondo, Aperi; Dell’Agnello, Zamparo.

Gavorrano (3-5-2): Salvalaggio, Borghini, Cretella, Ropolo; Papini, Finazzi, Conti, Vitiello; Moscati, Malotti.

Espulso: Conrotto al 7′

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La rivoluzione del Lanus

Viaggio tra i segreti del club argentino, che dopo 102 anni di storia si prepara a giocare contro il Gremio la sua prima finale di Coppa Libertadores.

All’inizio sembrava solo una dolce utopia, ma il percorso suggestivo e rivoluzionario del Lanus, che si prepara a giocare la sua prima finale di Coppa Libertadores, è diventato in Argentina il manifesto di un calcio ragionato e proletario, senza sfarzi, l’altra faccia della nobiltà antica di River Plate e Boca Juniors. E’ il segnale di una svolta culturale e tecnica che abbraccia anche realtà nuove ed emergenti, è la spia di un processo di cambiamento che riduce le distanze e può spezzare la calma piatta della tradizione. Dal 2000 sono stati già tre i club che hanno vinto la Champions del Sudamerica per la prima volta: Once Caldas (Colombia), Liga Deportiva Universitaria di Quito (Ecuador) e San Lorenzo de Almagro (Argentina), la squadra del cuore di Papa Francesco, che in Vaticano ha ricevuto in regalo dai dirigenti la tessera di socio numero 88.235.

Racchiude un doppio significato la favola del Lanus. Non ha un valore solo sportivo, nonostante quei 102 anni di storia vissuti anche in Terza Divisione. L’appuntamento con il Gremio – la partita d’andata è in programma a Porto Alegre nella notte tra il 22 e il 23 novembre – esprime soprattutto il riscatto sociale di questa città che un sobborgo, una periferia di Buenos Aires: zona povera, disagiata, dove si fatica a trovare lavoro e la quotidianità è fatta di salite e rinunce. Un piccolo ombelico del Sudamerica, amato però da tutti gli appassionati di pallone, perché a Lanus – il 30 ottobre del 1960, in un reparto del Policlinico Evita – è nato Diego Armando Maradona, che più avanti avrebbe cominciato a costruire la sua carriera da fenomeno al numero civico 523 dell’Avenida Azamor, nella sua casa di Villa Fiorito, e nella squadra di quartiere rimasta nella memoria con il nome di “Los Cebollitas”, in grado all’inizio degli Anni Settanta di dominare i campionati giovanili conservando l’imbattibilità per 136 partite consecutive. Diego, all’epoca, non era ancora soprannominato “El Diez” e neppure “el Pibe de Oro”, ma era chiamato “el Pelusa” dai suoi compagni per i suoi capelli folti e ricci.

A Lanus, adesso, nel barrio “Remedios de Escalada”, si trova la sede della Fondazione Pupi, creata nel 2001 dall’ex terzino interista Javier Zanetti e da sua moglie Paula con l’obiettivo di operare per la tutela dei diritti e dell’assistenza dei bambini e degli adolescenti. La favola del Club Atletico Lanus, per la gente del posto più semplicemente “El Granate”, ha rovesciato ogni pronostico in Coppa Libertadores, conquistata per ventiquattro volte da otto squadre argentine: record che appartiene all’Independiente di Avellaneda con sette trionfi.

Una stagione che si sta rivelando una formidabile combinazione – quasi chimica – di personaggi e fattori tecnici. Dalla gestione magistrale di un presidente (Nicolas Russo, classe 1959, eletto nel 2009 con l’88% dei voti, un “hombre del barrio” Villa Obrera come si definisce nel suo sito ufficiale) che non sbaglia mai un conto alle intuizioni vincenti di un allenatore (Jorge Almiron, 46 anni, ex mezzala con una carriera svolta quasi tutta in Messico) che si è trasformato in un messia con il suo 4-3-3. Dall’affetto del popolo del “Nestor Diaz Perez” (47.000 posti), ribattezzato “La Fortaleza”, alle magie di un centravanti – José Sand – che non finisce di stupire neppure a un passo dalla pensione, con i suoi trentasette anni, i suoi tre titoli di capocannoniere e le sue quindici maglie di club indossate. E’ lui l’ambasciatore di questo Lanus: ha firmato gli unici due titoli festeggiati dal “Granate” nel 2007 e nel 2016. Ed è stato proprio José Sand, sette gol in dodici partite in questa Coppa Libertadores, a togliersi lo sfizio di eliminare in semifinale il River Plate, realizzando una doppietta nella gara di ritorno vinta per 4-2. Una soddisfazione anche personale, perché i “Millonarios” in passato lo avevano scoperto e bocciato. E non è un caso che nella sfida decisiva il centravanti sia sceso in campo con le scarpe gialloblù (i colori del Boca Juniors) per rendere ancora più bollente il clima davanti ai tifosi del River.

Pressing, ritmo, organizzazione, 4-3-3, nove argentini nel blocco dei titolari, una rosa che vale – secondo gli esperti di mercato – meno di quaranta milioni di euro. Schemi e semplicità, ecco la formula di Jorge Almiron: Esteban Andrada (classe 1991) in porta, José Luis Gomez (1993) nel ruolo di terzino destro, il paraguaiano Rolando Garcia (1990) al centro della difesa accanto a Diego Braghieri (1987), Maximiliano Velazquez (1980) sulla fascia sinistra. Roman Martinez (1983) e Nicolas Pasquini (1991) si muovono vicino al regista-mediano Ivan Marcone (1988). I due esterni, in attacco, sono l’uruguaiano Alejandro Silva (1989) e Lautaro Acosta (1988): anche loro a segno, come José Sand, nella semifinale di ritorno contro il River Plate. C’è poi, in panchina, una carta in più da giocare quando le partite non prendono la piega giusta: German Denis, trentasei anni, “el tanque”, nove stagioni in Italia con il Cesena, il Napoli, l’Udinese e l’Atalanta. L’appuntamento con il Gremio si avvicina, le emozioni non sono finite.

 

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