Milan, una storia di sport lunga 118 anni

Al Principe di Savoia la nascita (molto British) di un club che dominerà il mondo

Nel 1899 nasce il Milan Football & Cricket Club

Milano, 20 dicembre 2017 – La sua prima squadra i Garibaldi reds, ovviamente con la camicia rossa. Quella che fonderà più avanti, il Milan Cricket and Foot Ball club, la prima squadra di Milano, colori rosso e nero. Succede giusto 118 anni fa nella stanza di un grande albergo del centro, Hotel du Nord et des Anglais – oggi Principe di Savoia – dove i soci stendono lo statuto il 13 dicembre del 1899, anche se tradizione vuole che il compleanno si festeggi il 16, tre giorni dopo. Così la racconta Robert Nieri, informatissimo avvocato inglese e grande appassionato di storia del football e del calcio italiano, che al vero protagonista di questa storia secolare, Herbert Kilpin, calciatore, fondatore e poi anche capitano e allenatore dei rossoneri, ha dedicato il suo libro Il Lord del Milan, da non molto tradotto in italiano.

Tutto comincia dunque a Nottingham nel 1870, quando Kilpin viene al mondo. È un bimbo come tanti, figlio di un macellaio, crescerà non particolarmente dedito allo studio, affascinato però in modo totale da quella sfera rotonda che vede prendere a calci dai suoi coetanei sui prati verdi alla periferia della città. Dopo i Garibaldi reds, la squadretta nata a scuola dopo una lezione su quell’italiano Eroe dei due mondi, man mano che passano gli anni verranno le prime partite con il Notts Olympic, una delle due squadre della sua città, e un amore sempre più coivolgente per quello sport ancora ai primordi. Non diventerà un campione in Inghilterra, Kilpin, perché forse non ne ha i mezzi tecnici o solo perché decide, appena ventenne, di lasciare il posto dove è nato e dove lavora in un’azienda tessile, per seguire in Italia l’amico Edoardo Bosio, conosciuto a Nottingham e convertito pure lui alla tecnica del pallone, nella vita dirigente di una fabbrica torinese che vorrà Herbert con sé come istruttore di altri operai.

È nel capoluogo piemontese che Kilpin impartisce lezioni pratiche di gioco del calcio, fino a dar vita insieme ad altri appassionati, britannici e non, ad una delle prime compagini italiane, l’Internazionale Torino destinata a contendere al Genoa Football Club i primi titoli nazionali. All’epoca lo scudetto si disputa in una sola giornata, Kilpin perderà in due anni successivi la finale per il primo posto contro i liguri. Per ragioni di lavoro, si trasferisce a Milano. Non è più un ragazzino ma si allena, corre e suda per tenersi in forma. Non rinuncia però alle abitudini, non proprio salutiste, di fumare le sue sigarette prima e dopo la partita e di bersi nell’intervallo un buon bicchiere di whisky. Ha deciso di formarla qui una squadra come piace a lui, con i giovani usciti dalle società di ginnastica e alcuni amici torinesi che lo seguono nella nuova avventura. Per le maglie ha già scelto il rosso «come il fuoco» e il nero «come la paura che incuteremo agli avversari». Mossa fondamentale per il buon successo dell’opera, oltre a convincere i fratelli Pirelli come finanziatori, Kilpin riesce a coinvolgere il viceconsole inglese a Milano John Edwards, che sarà il primo presidente del Milan.

A meno di due anni dal debutto, sotto la guida in campo e fuori dell’ex ragazzo di Nottingham ormai trentunenne, arriva il primo titolo italiano dei rossoneri, al termine di una finale vincente proprio contro il Genoa, nella quale Herbert segna anche un gol. In seguitosi sposerà con Maria Beatrice Capua, una ragazza di Lodi che lavora come cameriera in un locale, ma il giorno dopo le nozze lui è già sul treno per una trasferta con la squadra. Intanto è già arrivato anche il secondo titolo italiano per l’inglese coi baffi, nel 1903 e nel 1907 poi il terzo, con Kilpin in campo per l’ultima volta a 38 anni e mezzo, prima di dedicarsi al solo compito di allenatore. Muore relativamente giovane per l’epoca, forse per una cirrosi o un tumore ai polmoni, nell’ottobre di guerra 1916. Riposerà per decenni in un loculo anonimo del cimitero di Musocco, dove una mano distratta aveva inciso sulla lapide un nome sbagliato, Alberto. Ci vorrà, ottant’anni dopo, lo studio appassionato del tifoso milanista Luigi La Rocca, per inseguire le tracce dell’antico ragazzo venuto da Nottingham e ritrovarne le spoglie dimenticate. E ottenere infine, con la sua insistenza e l’appoggio della società rossonera, che di lì a poco quei resti mortali vengano trasferiti al Monumentale, luogo dell’ultimo riposo delle antiche glorie di ogni campo professionale e umano, con tanto di nome e cognome – Herbert Kilpin – finalmente inciso nel Famedio.

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